by #NOBAVAGLIO
Una giornata particolare: domenica 21 giugno, piazza del Campidoglio si è trasformata in uno spazio politico e simbolico, attraversato da fili, trame e parole. Centinaia di donne provenienti da tutta Italia hanno dato vita a una manifestazione intensa e partecipata contro la guerra, il riarmo e la crescente militarizzazione delle società europee. A riempire la piazza, insieme ai corpi, sono stati soprattutto gli arazzi tessuti a mano, portati da ogni territorio come segni concreti di un percorso collettivo di pace.
L’iniziativa, promossa dalla rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, nasce da un cammino costruito nel corso dell’ultimo anno e che ha progressivamente ampliato la propria partecipazione: dalle 39 piazze del giugno 2025 alle oltre 160 mobilitate a marzo 2026 con l’iniziativa “Tessere la pace – custodire il futuro”. Una crescita che racconta la nascita di uno spazio politico autonomo, fondato sulla relazione, sulla condivisione e su una critica radicale della guerra come struttura di potere. Molte delle partecipanti sono partite all’alba, rinunciando al proprio tempo di riposo, per essere presenti a Roma. “Essere qui oggi è una tappa importante di un percorso comune”, è stato ricordato dal palco, dove è stato letto il testo introduttivo da Daniela Dioguardi dell’Udi di Palermo. Un intervento forte, che ha messo al centro il rifiuto dell’indifferenza di fronte alla sofferenza provocata dalle guerre.

Nel cuore della manifestazione c’è infatti la consapevolezza che i conflitti armati non siano eventi lontani o inevitabili, ma realtà che coinvolgono direttamente la vita delle persone.
“Da Gaza, dal Libano, dall’Ucraina, dall’Iran, dal Sudan – è stato detto – arrivano le voci delle donne, delle madri, delle popolazioni costrette a vivere tra macerie, perdita e violenza”.
Un richiamo esplicito alla dimensione concreta della guerra, che colpisce soprattutto civili, donne e bambini, e che si accompagna a una devastazione ambientale destinata a lasciare segni profondi anche nel futuro. Il tono della piazza è stato netto: non si può restare in silenzio. Di fronte a un mondo attraversato da conflitti sempre più estesi, dall’aumento delle spese militari e dalla normalizzazione della violenza come linguaggio politico, la manifestazione ha rilanciato una critica radicale all’economia di guerra e alla sua espansione nelle politiche europee.
Particolarmente significativa è stata la scelta degli arazzi come forma di espressione. Tessuti, ricamati, costruiti collettivamente, rappresentano una pratica antica e profondamente simbolica.
“Tessere la pace” non è solo uno slogan: è una pratica politica. Un gesto che richiama il lavoro paziente di chi intreccia fili diversi, ricuce strappi, mette insieme ciò che è stato diviso. Un’opposizione netta alla logica bellica, che invece separa, distrugge e annienta.
Nel corso della giornata, gli interventi hanno sottolineato come la guerra non sia un fenomeno naturale inevitabile, ma una scelta politica e culturale. E proprio su questo piano – quello culturale – si gioca una delle sfide principali: disarmare non solo gli arsenali, ma anche il linguaggio e le mentalità, contrastando una narrazione dominante che tende a presentare il conflitto come inevitabile. Non sono mancate riflessioni dure sul contesto internazionale e sull’Europa.
Il sogno di un continente capace di costruire pace è apparso, nelle parole delle partecipanti, profondamente in crisi, travolto da nuove logiche di potenza, dalla corsa al riarmo e dal riaffacciarsi di leadership fondate su individualismo e dominio. Al tempo stesso, è emersa con forza un’altra idea di politica: quella che parte dai corpi, dalle relazioni, dalla cura. Una “civiltà delle donne” che non si misura con le imprese militari o tecnologiche, ma con la capacità di tenere insieme la vita, di costruire legami, di trovare soluzioni nei contesti più difficili.

Questa differenza, hanno sottolineato più interventi, non è retorica né celebrativa, ma una risorsa concreta in una fase storica segnata da crisi profonde. Una pratica politica che mette al centro la responsabilità verso il futuro. Nel corso della manifestazione è stato rilanciato anche l’appello pubblico pubblicato sulla piattaforma IoScelgo, che continua a raccogliere adesioni e che rappresenta il tentativo di dare voce a un’ampia rete di donne del mondo della cultura, dell’informazione, dell’arte e dell’impegno civile. L’iniziativa del Campidoglio, però, non è stata un punto di arrivo, ma un passaggio. Un momento di visibilità dentro un percorso che continua nei territori, nelle piazze, nelle relazioni quotidiane. Il messaggio finale è stato chiaro:la pace non è un’utopia, ma una necessità politica e culturale.
