Il 1° luglio la Sardegna si ribella: Tavolara come l’Albania, stop ai resort del lusso

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La Rete #NoBavaglio Sardegna sarà presente come scorta mediatica della mobilitazione, al fianco di cittadini e associazioni e di tutti quei giornalisti che lavorano in modo indipendente e che sono impegnati nella difesa dell’ambiente e del territorio. Un impegno per garantire visibilità, trasparenza e pluralismo dell’informazione su una battaglia che riguarda non solo Tavolara, ma il diritto collettivo alla tutela del paesaggio e alla legalità.

by #NOBAVAGLIO Sardegna

Il 1° luglio la Sardegna scende in piazza. La mobilitazione è fissata proprio a Cala Finanza (Loiri Porto San Paolo), dove associazioni ambientaliste – tra cui Italia Nostra e WWF – insieme a cittadini, comitati e realtà sociali si daranno appuntamento per protestare contro il progetto Tavolara Bay. Una protesta che cresce di giorno in giorno e che non riguarda soltanto un tratto di costa, ma il futuro stesso dell’isola e il modello di sviluppo che si vuole imporre alla Sardegna.

Intanto si allarga sempre di più il fronte delle contestazioni contro il progetto turistico Tavolara Bay, previsto in uno dei tratti più pregiati della costa nord-orientale. Una petizione ha raccolto più di 50mila firme in pochi giorni. Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, che ha respinto le opposizioni della Regione e del Ministero della Cultura, la vicenda è arrivata anche in Parlamento, dove deputati e senatori sardi hanno presentato interrogazioni chiedendo chiarimenti su un iter autorizzativo sempre più controverso.

In questo quadro, la Rete #NOBAVAGLIO Sardegna annuncia la propria presenza e il proprio impegno: “saremo scorta mediatica della protesta, al fianco delle cittadine e dei cittadini e DI TUTTI QUEI GIORNALISTI che lavorano in modo indipendente e difendono il diritto a un’informazione libera e la tutela del territorio. Raccontare, documentare e dare voce a questa mobilitazione è parte integrante della battaglia per la democrazia e il pluralismo“.

Il caso Tavolara Bay non è, infatti, una semplice controversia urbanistica. È il punto di rottura di un meccanismo che sta mostrando tutte le sue crepe: quello che consente di piegare norme, vincoli e pareri tecnici in nome dello sviluppo economico. In una delle aree più pregiate del Mediterraneo, affacciata sull’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, si vuole realizzare un mega resort di lusso con hotel a cinque stelle, ville private, ristoranti, impianti sportivi, porto turistico e campo da golf. Un progetto destinato a una ristretta élite, costruito dentro un territorio che dovrebbe essere tutelato e accessibile a tutti.

Dietro l’operazione c’è il gruppo brasiliano JHSF Participações, colosso dell’immobiliare di fascia alta, che promette investimenti, occupazione e sostenibilità. Una narrazione già sentita, che accompagna da sempre operazioni di questo tipo: sviluppo, lavoro, modernità. Ma a ben vedere, il punto non è ciò che viene promesso, bensì il modo in cui si è arrivati al via libera.

Il progetto è stato bocciato dagli enti tecnici e dalla Regione Sardegna, che hanno evidenziato come l’area sia sottoposta a vincoli paesaggistici e ambientali stringenti: fascia dei 300 metri dal mare, aree boscate protette, classificazione come bene paesaggistico di particolare valore, prossimità a siti della rete Natura 2000. Pareri negativi definiti “non superabili”. Eppure sono stati superati.

Il via libera è arrivato grazie all’utilizzo delle procedure semplificate della ZES unica del Mezzogiorno, che hanno consentito di aggirare ostacoli normativi e pareri contrari, fino alla decisione finale del Consiglio dei ministri. È qui che si consuma la frattura: uno strumento pensato per favorire attività produttive viene trasformato in una corsia preferenziale per interventi immobiliari, con il risultato di svuotare di significato i sistemi di tutela.

Non è solo una questione giuridica o amministrativa. È una questione politica. Se i vincoli possono essere aggirati, se i pareri tecnici possono essere ignorati, se le decisioni vengono accentrate e imposte ai territori, allora cambia il rapporto tra istituzioni, cittadini e ambiente. Significa che la tutela diventa negoziabile, che il paesaggio perde il suo valore pubblico, che lo sviluppo viene deciso altrove.

Non a caso la Regione Sardegna ha presentato ricorso al TAR, mentre il fronte delle opposizioni cresce. Il WWF parla di un rischio di danno irreversibile, denunciando un uso distorto delle ZES e una pressione crescente su un tratto di costa che dovrebbe essere preservato. Anche in Parlamento si moltiplicano le interrogazioni, mentre emerge il timore che Tavolara Bay non sia un caso isolato, ma il primo di una serie.

Il parallelo con altri scenari internazionali, come il progetto di resort esclusivo sull’isola albanese di Sazan, rafforza questa lettura: territori di pregio ambientale trasformati in destinazioni di lusso attraverso procedure accelerate e riduzione delle tutele. Una dinamica globale che trova terreno fertile proprio nei contesti più fragili.

Ecco perché la mobilitazione del 1° luglio assume un significato che va oltre la protesta locale. Si tratta di difendere un principio: che il territorio non è una merce, che il paesaggio non può essere privatizzato, che le regole valgono per tutti.

Il rischio è chiaro. Se passa il precedente Tavolara Bay, tutte le regioni coinvolte nella ZES unica — Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna — potrebbero essere esposte a operazioni simili. Un’enorme porzione del Paese in cui la semplificazione si trasforma in deregolamentazione, e lo sviluppo in pressione sui territori.

Come sostengono Wwf, Italia Nostra e tante associazioni e comitati: “La vera questione, allora, non è essere contro gli investimenti. È decidere quale modello di sviluppo costruire. Un modello che valorizza il territorio senza distruggerlo, che crea lavoro senza compromettere l’ambiente, che rispetta le regole invece di aggirarle. Oppure un modello che continua a consumare suolo, a privilegiare il profitto immediato e a trasformare beni comuni in spazi esclusivi”. Da qui l’impegno della RETE #NOBAVAGLIO Sardegna: “Essere scorta mediatica significa difendere Tavolara. Significa dire che l’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo, ma il suo limite e la sua condizione. E che senza questo limite, non c’è futuro”.

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