La prima barriera si chiama povertà: il Disability Pride rilancia la battaglia per diritti, autonomia e dignità

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by #NOBAVAGLIO

La barriera più grande non è un gradino. Non è una stazione della metropolitana senza ascensore, né un autobus inaccessibile. La prima barriera che incontra una persona con disabilità è molto spesso la povertà. Una condizione che impedisce l’accesso alle cure, all’assistenza, allo studio, al lavoro e perfino alla possibilità di costruire una vita autonoma.

A pochi giorni dalla conclusione dell’undicesima edizione del Disability Pride Italia, il movimento torna a denunciare una situazione che, secondo gli attivisti, continua a peggiorare nonostante decenni di leggi, riforme e promesse. Al centro della riflessione c’è il legame sempre più stretto tra disabilità ed esclusione sociale. “La libertà non esiste se non si ha la possibilità di raggiungerla” non a caso l’ultima edizione di Disability Pride Italia per l’edizione 2026, ha deciso come slogan: “In movimento!”.

«Quando parliamo di disabilità dobbiamo smettere di guardare soltanto alle barriere architettoniche», afferma Daniele Renda, responsabile e portavoce nazionale del Disability Pride. «La vera emergenza oggi è che migliaia di persone e famiglie stanno scivolando verso la povertà. Se non hai le risorse per pagare un assistente personale, per acquistare un ausilio, per affrontare gli spostamenti o per sostenere percorsi educativi e terapeutici, i tuoi diritti diventano teorici. Restano scritti nelle leggi ma spariscono nella vita quotidiana».

Secondo il Disability Pride, proprio la condizione economica rappresenta oggi il principale fattore di discriminazione. Le spese per l’assistenza e la cura gravano pesantemente sui bilanci familiari mentre i servizi pubblici faticano a dare risposte adeguate. «Lo Stato continua a parlare di inclusione», prosegue Renda, «ma l’inclusione richiede investimenti. Non si può parlare di vita indipendente quando una persona è costretta a scegliere se pagare una terapia, acquistare un ausilio o sostenere le spese necessarie per studiare e lavorare. La povertà produce dipendenza, isolamento e rinuncia. E una persona che rinuncia ai propri diritti non è libera».

La rivendicazione principale del movimento resta il diritto alla vita indipendente. Un principio che significa poter decidere dove vivere, con chi vivere e come organizzare la propria esistenza senza essere obbligati a dipendere dalla famiglia o da strutture residenziali. «La vita indipendente non è un privilegio», sottolinea Renda. «È un diritto umano fondamentale. Invece continuiamo ad assistere a situazioni nelle quali le persone vengono private della possibilità di scegliere il proprio futuro. Senza servizi adeguati e senza risorse economiche l’autodeterminazione diventa impossibile e si torna a modelli assistenzialistici che pensavamo di aver superato».

Un altro grande tema è quello dell’istruzione. A oltre cinquant’anni dai decreti Falcucci, che avevano aperto la strada alla scuola inclusiva, il Disability Pride vede con preoccupazione il riaffiorare di proposte segreganti e la persistenza di problemi strutturali. «La scuola dovrebbe essere il luogo dove si costruisce l’uguaglianza», afferma il portavoce. «Invece ancora oggi troppe famiglie combattono per ottenere il sostegno didattico, l’accessibilità degli edifici o semplicemente la continuità educativa. E quando una famiglia non dispone delle risorse necessarie, i divari aumentano. L’esclusione inizia tra i banchi e continua per tutta la vita».

Le difficoltà non si fermano all’istruzione. Anche l’università e la formazione professionale restano percorsi irti di ostacoli. Per molti giovani con disabilità il passaggio verso il mondo del lavoro si trasforma in un percorso ad ostacoli. «Assistiamo continuamente a persone altamente qualificate che vengono escluse o relegate in lavori sottodimensionati rispetto alle loro competenze», denuncia Renda. «Il mercato del lavoro continua a considerare la disabilità un limite invece che una caratteristica della persona. Ne derivano stipendi più bassi, minori opportunità professionali e una dipendenza economica che si prolunga per anni».

Nel mirino del Disability Pride c’è anche la situazione della Capitale. Roma rappresenta contemporaneamente il centro di una delle più grandi manifestazioni italiane dedicate ai diritti delle persone con disabilità e il simbolo delle tante contraddizioni ancora irrisolte. Marciapiedi dissestati, attraversamenti impraticabili, edifici pubblici difficilmente accessibili e un trasporto pubblico ancora insufficiente continuano a limitare la libertà di movimento di migliaia di cittadini. «Quarant’anni dopo la legge che avrebbe dovuto eliminare le barriere architettoniche siamo ancora qui a denunciare gli stessi problemi», osserva Renda. «Le persone non chiedono favori. Chiedono semplicemente di poter uscire di casa, prendere un autobus, andare a lavorare, frequentare un museo o una biblioteca. Chiedono di poter vivere come tutti gli altri cittadini».

Il Disability Pride guarda inoltre con forte preoccupazione all’attuazione della riforma della disabilità e del decreto legislativo 62 del 2024. «Ci era stato detto che la riforma avrebbe semplificato i percorsi e messo la persona al centro», dichiara Renda. «Invece registriamo confusione, rallentamenti e profonde incertezze operative. Le famiglie aspettano risposte concrete mentre il sistema continua a muoversi con estrema lentezza. Il rischio è che anche questa occasione venga sprecata». Tra le rivendicazioni trovano spazio anche il rafforzamento della sanità territoriale, il sostegno ai caregiver familiari, il diritto alla comunicazione accessibile e una maggiore rappresentanza delle persone con disabilità nelle istituzioni e nei media.

Ma è soprattutto sul piano culturale che il movimento lancia la propria sfida. «Dobbiamo liberarci dall’idea che le persone con disabilità siano soggetti da assistere o da compatire», conclude Renda. «Siamo cittadini, lavoratori, studenti, professionisti, artisti. Vogliamo essere protagonisti delle decisioni che riguardano le nostre vite. La vera inclusione comincerà quando la disabilità non sarà più considerata un problema individuale ma una responsabilità collettiva. Finché una persona sarà esclusa dallo studio, dal lavoro, dalla cultura o dalla mobilità per ragioni economiche, sociali o fisiche, la nostra democrazia resterà incompleta». Per questo, concluso il corteo, il Disability Pride non considera terminata la mobilitazione. La sfida continua nelle scuole, nei municipi, nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni: “Perché l’accessibilità non riguarda una minoranza, ma la qualità democratica di un’intera società. E perché i diritti, ricordano gli attivisti, non possono fermarsi davanti a una barriera”.

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