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RETE #NOBAVAGLIO – La mia vita dopo le minacce del boss di Giuseppe Tallino

La lettera

Io cronista e le minacce del boss, così la mia vita è cambiata..

di Giuseppe Tallino*

* giornalista di Cronache di Caserta, dopo le minacce e intimidazioni pronunciate dal boss di Mondragone Augusto La Torre dal carcere, è stato inserito in programma di protezione che nelle ultime settimane è stato potenziato ( i precedenti: leggi tutto —>  http://pressingweb.altervista.org/2018/07/nobavaglio-si-chiama-giuseppe-tallino-ed-nel-mirino-del-boss/ )

 

 

Lo metti in conto, ma non è piacevole. Il tuo nome finisce sulla bocca di un boss. Un capomafia, un assassino, ti identifica, reiteratamente, e ti insulta, ripetutamente. E mentre lo fa tira in ballo un’altra cosca. Come per stringerti in una morsa.

Sapere che la sua invettiva (troppo verbosa) possa significare altro. Che si diverte (in modo subdolo) a non dire tutto. Lo metti in conto, ma non è piacevole.

Ti mette sulle spalle un carico pesante. Più pesante di quello che porti quotidianamente. Perché scrivi di camorristi con affiliati e parenti che ti abitano a qualche chilometro da casa. Lo metti in conto, ma non è piacevole.

Finora avevo cercato di fare questo mestiere sempre dall’angolo: vedere tutto senza essere visto. Al centro c’è la notizia. E intorno le ore spese per rintracciarla, verificarla e riportarla bene. Perché la luce va puntata sulla storia che racconti. Non su chi la scrive. Le minacce che mi ha dedicato Augusto La Torre, invece, mi hanno tolto dall’ombra.

Con i miei colleghi di CronacheDi avremmo potuto denunciare e far finta di nulla, restando in silenzio. La magistratura avrebbe fatto comunque il suo corso. Ma non sarebbe stato giusto. Così abbiamo deciso di guadagnare noi il centro (affiancando la notizia). Perché ciò che è successo è grave. E’ pericoloso per le modalità con cui è avvenuto, per il suo significato letterario e per quello sotteso. Il boss dei Chiuovi ha avuto la possibilità, dal carcere di Ivrea, attraverso un’intervista, di minacciare e insultare me, un procuratore della Repubblica e un sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia. Lo ha fatto a pochi giorni di distanza dagli arresti di suo figlio, Francesco Tiberio, del fratello Antonio e di altre tre persone, tutti accusati di aver gestito le armi per conto del clan.

Non ci ha insultato e minacciato l’uomo comune, ma un boss che sta scontando 30 anni di carcere per omicidio e pizzo. Un capocosca che, sfruttando un periodo di collaborazione con la giustizia, ha evitato l’ergastolo e fra qualche anno rischia di uscire. E intanto fuori c’è un mondo criminale (il suo) in agitazione. Forse in fase di riorganizzazione. Lo metti in conto, ma non è piacevole.

La Torre mi ha tolto dall’angolo, dove avevo deciso di stare. Ha dato altro lavoro a poliziotti e carabinieri che, tra le loro mille grane, sono costretti pure a darmi un occhio. Ora guardo con più attenzione nello specchietto retrovisore dell’auto. Osservo le facce di chi incontro per la prima volta. Evito di percorrere sempre le stesse strade.

La verità è che al boss dà fastidio il lavoro di Cronachedi. Ha parlato per intimidire me e i miei colleghi. Vuole metterci pressione per non farci scrivere quello che invece va scritto. Vorrebbe fermarci. Non ci riuscirà.

Per sua sfortuna, tra le ‘cose brutte’ che ci ha causato, ne ha innescato una bella: Cronachedi è diventato ancora più forte. E’ vero, lo sproloquio del boss mi ha tolto dall’ombra, ma ora al centro con me c’è tutta la redazione. C’è il giornale. Ed io, invece, col tempo ri-guadagnerò il posto che in piena libertà avevo scelto per lavorare.

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